Maremme

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Stanco sapevo di essere
e incapace di scernere nel gorgo
limaccioso,  un giudizio
meno fallace sulle fresche offese
a creature amate.

Io vi ho dunque cercate, ampie distese
di pànica boscaglia
dove rare è la traccia d'uomo, come
di lepre o di cinghiale, e in cui lo sguardo
lontanando riposa
fino al bacio del cielo indifferente.

Sapevo che di nulla siamo fieri
tanto - e gelosi - come di quel poco
che ci fingiamo di creare; eppure
inattesa mi ha colto, sulle azioni
nostre di ieri, la mortificante
contesa. Ed ho cercato
voi maremme adagiate nell'arcano
fuoco di colma estate
sui campi alterni dell'ondoso grano.

Da voi silenti, quiete ho mendicato,
matrici di natura che affondate
sicure nella terra le radici,
ed il sole vi penetra e matura.
Lentamente, placatesi la ridda
umiliante e chiarito il gorgo torbido,
fino alla feccia ho attinto: è poco amore
la pagliuzza che nel fraterno sguardo
ci offende, è poco amore
che l'un l'altro rinfaccia e mai nessuno
perdona. Senza scampo
dal cielo indifferente batte il sole
sul nostro duro campo
e a notte è breve sogno il refrigerio
dell'erba.

E' necessario
dunque dal caldo piano digradante
andare verso il mare, ove l'acerba
salsedine purifica
e l'orizzonte annulla e l'onda fiacca,
frangendosi potente al brontolio
dei ciottoli sommessi alla risacca.
Ché se il dono di amore più che umano
non mi compete e verso chi ha ferito
creature amate, ignorerò il perdono,
questo almeno - che io
non maceri rancore - mi sia dato:
e l'acqua luminosa della rena
candida dei fondali
e dall'alta scogliera
bianco il gabbiano, immobili le ali
sul vento della sera.

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Gherardo Melloni

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